Cevennernas historia Die Geschichte der Cevennen La historia de las Cevenas L'Histoire des Cévennes Η ιστορία των Cévennes Cevennernes historie

La storia delle Cevenne

Cévennesin historia Historien om Cevennene The History of the Cévennes 区的历史Cévennes История Севенн De geschiedenis van de Cevennen
Garde-Guérin

Cévennes: Appartenente al gallese cefn, "schiena", e al gallico Cebenna, nome proprio "le Cévennes": nessun equivalente certo al di fuori del celtico (LEBM, Lessico Etimologico dei termini più usati del Breton Moderno). Per estensione, schiena, chiglia (barca). (Forma più antica kefn/kevn – Dict. celto-bret. Le Gonideg, 1850).
Nome senza dubbio ligure "Cemmenon" o "Cibenon". Strabone scrive questo nome al singolare "kèmmenon", Tolomeo al plurale "kèmennas". Avieno scrive "Cimenici regio".
I gallici hanno sostituito a questo termine ligure privo di significato per loro il nome di "Cebenna", schiena (in gallese "cefn", "cefyn"; usato anche in Galles per designare montagne). Plinio scrive "Cebenna", Cesare "Cevennna". (H. d’Arbois de Jubainville).
Gallese "cefn", schiena. Etimologia: gallese < brittonico (gallese < brittonico) *KEMN- = schiena. Forme imparentate: bretone kein = schiena. (Dict. gall.-catalano).

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Storia delle CévennesLa scoperta di una parte della scatola cranica di un uomo, intrappolata in sabbie e lapilli del vulcano pleistocenico di Denise vicino a Le Puy-en-Velay, ha dimostrato che l'uomo è stato testimone delle ultime eruzioni quaternarie.
L'uomo per difendersi dagli animali formidabili di questo periodo aveva armato il suo braccio di picche, di pietre affilate (amigdale), infine di frecce che colpivano mortalmente a distanza. A tale scopo, le selci che sapeva lavorare in schegge affilate gli furono di primaria utilità. I terreni che incontrava nelle Cévennes contenevano poche selci, ma i territori dell'Aveyron ne erano forniti e il cretaceo della riva sinistra del Rodano ne offriva abbondantemente. È probabile che ci fosse fin da subito un movimento di transumanza delle popolazioni di pescatori e cacciatori tra le rive del Rodano o il litorale marittimo e gli alti altipiani cévenols, dove è evidente che poterono rifornirsi abbondantemente delle selci necessarie. Nell'epoca neolitica, quando l'uomo aveva imparato a lavorare finemente e a lucidare le pietre, usava i materiali duri che trovava, in particolare nella regione vulcanica: basalto, quarzo, giadeite, fibrolite (silicato di alluminio), actinote, ecc.

PaletIl gran numero di grotte e ripari sotto roccia che trovò nelle rocce calcaree dell'Ardèche (paese dei Gras, causses di Saint-Remeze, ecc.), in quelli della Lozère, nei cans cévenols, causse Noir, causses Méjean, di Sauveterre, di Séverac, del Larzac, ecc., permise all'uomo preistorico di moltiplicarsi. Così, numerosi sono i monumenti megalitici che vi ha lasciato; l'Aveyron possiede un decimo dei dolmen classificati in Francia. Anche i menhir, o pietre erette, sono molto numerosi: il menhir era una pietra di primaria utilità e il suo carattere sacro ne assicurava la conservazione. Bisogna aver vagato su questi immensi altipiani, sia in tempo di nebbia, sia nelle famose tempeste di neve chiamate "sibères", per rendersi conto della necessità di questi punti di riferimento per tutti: pastori, transumanti, venditori di selci.

Nella Haute-Loire, il Velay non ha rivelato, al di fuori del ritrovamento di Denise, tracce del periodo paleolitico o della pietra lavorata; il periodo neolitico, o della pietra levigata, non è rappresentato meglio. Il Velay, racchiuso da alte montagne e grandi altipiani vulcanici, comunicando solo tramite strette gole con la Loira o l'Allier, per nulla con il Basso-Rodano, sembra essere rimasto al di fuori delle esplorazioni stagionali di cui abbiamo parlato in precedenza. Si segnalano solo otto dolmen: tra questi, bisogna citare quello che si trovava sulla cima del Mont-Anis e dominava la stazione in cui si è stabilito Le Puy-en-Velay. Il suo carattere sacro è sopravvissuto alle religioni della preistoria e dei Druidi; divenne pietra dei ladri, pietra delle febbri, ed è ancora oggi oggetto di un pellegrinaggio molto seguito.

RegordaneL'età del bronzo ha dato almeno luogo a qualche felice ritrovamento: il museo di Le Puy-en-Velay ha conservato la maggior parte degli oggetti raccolti a Saint-Pierre-Eynac, a 850 m di altitudine e a 13 km a Est di Le Puy-en-Velay (pacottiglia di mercante ambulante, composta da 78 oggetti, nuovi per la vendita o rotti per la fusione); il museo di Lione ha acquistato un piccolo tesoro di gioielli in oro provenienti dalla Montée des Capucins a Le Puy-en-Velay. Dall'età del ferro sono state trovate poche cose in Haute-Loire, nonostante le ricerche di Aymard.

La Lozère, aperta verso la valle del Lot a Sud-Ovest, come la Dordogna, è stata abitata evidentemente fin dal periodo paleolitico, ma non ha dato luogo a numerosi ritrovamenti di quest'epoca. Tuttavia, un laboratorio di lavorazione della selce operava a Saint-Léger-du-Malzieu, un eccellente giacimento di una selce di origine lacustre. D'altro canto, l'epoca neolitica presenta asce e punte di lance finemente lavorate, simulacri di asce per tombe in giadeite, collane in ambra e in osso, aghi, ceramiche (non al tornio), insomma i resti di un'intera forma di civiltà. La preistoria in Lozère ha dato luogo a importanti lavori dell'abate Delaunay, dell'abate Solanet, di Malafosse, del dottor Prunières soprattutto, e di Marcellin Boule. È in occasione di un ritrovamento fatto nel 1873 che il dottor Prunières, supportato dal dottor Broca, rivelò l'esistenza della trapanazione preistorica su crani intenzionalmente perforati in cui il lavoro dei bordi di cicatrizzazione è nettamente visibile.

abbazia di mercoireIl museo della Società di Agricoltura a Mende contiene un tesoro dell'età del bronzo trovato a Carnac, vicino a La Malène, sul causse Méjean: punte di freccia, vasi, bottoni, braccialetti, anelli, ecc.
È da notare che i dolmen e i tumuli dei Causses hanno continuato a ricevere sepolture fino alla fine dell'epoca mérovingia; vi sono stati trovati denari dei vescovi di Mende del XII secolo, tanto è stata grande sul causse la permanenza della vita tradizionale.
Le stazioni e le grotte preistoriche del dipartimento del Gard (stazioni di Collorgues, di Fontbouisse; nascondiglio di Vers; grotte di Meyrannes, grotta Sartanette, grotte del Gardon, ecc.), hanno fornito al museo archeologico e al museo di Nîmes documenti preistorici particolarmente interessanti.
L'oppidum di Murviel-lès-Montpellier, quello di Nages vicino a Nîmes, le grotte di Bize e il dolmen di Villeneuve-Minervois sono, al di fuori della valle del Rodano, le principali curiosità preistoriche della Bassa Linguadoca; bisogna aggiungere le collezioni del museo della Società archeologica di Montpellier e quelle del museo di Narbonne, composte in parte da oggetti trovati nei pressi di queste città.
Il dipartimento del Tarn ha fornito pochi monumenti o oggetti preistorici.

3 Storia delle CévennesAll'alba della storia, tutto il Sud-Est della Francia è abitato dai Liguri. Essi avevano creato ciò che si può chiamare la civiltà degli *oppida*, comune alla regione che ci interessa e alla Provenza. Questa civiltà sostituiva quella delle caverne ma ne derivava direttamente.
Quali sono infatti, dal punto di vista dell'attività umana, le caratteristiche del Midi mediterraneo francese? Esse consistono nell'avere due grandi vie di circolazione di un'importanza eccezionale: una orientata da Est a Ovest che, attraverso le valli dell'Argens e dell'Arc, poi attraverso la pianura della Bassa Linguadoca, la valle dell'Aude, quelle dell'Hers e della Garonna, conduce dall'Italia all'Atlantico con una facile biforcazione verso la Spagna; l'altra, orientata da Sud a Nord, la valle del Rodano, che conduce dritto al mare del Nord.

La prima portava il bronzo, la seconda portava l'ambra. Ma c'è anche il fatto che queste due grandi vie sono bordate di montagne ripide dove abbondano le forti posizioni da cui si può sorvegliare la pianura con totale sicurezza. È infine l'importanza inevitabile degli scambi economici tra la montagna e la pianura.
Gli *oppida*, nodi stradali e centri di zone coltivate, segnavano quindi un progresso incontestabile rispetto all'epoca delle caverne, ma questo progresso fu ulteriormente accentuato dalle relazioni che gli abitanti, prendendo un contatto diretto con la civiltà ellenica, intrattennero con gli empori che i Fenici, nell'VIII secolo, e poi i Focei nel VI secolo, insediarono sulla costa (Marsiglia, la Rouanesse vicino a Beaucaire, Agde). È probabilmente a metà del IV secolo che i Celti o Galli invasero la regione, occupando militarmente gli *oppida* per dominare gli autoctoni, probabilmente più numerosi di loro. Ma una fusione sembra essersi realizzata piuttosto rapidamente e, in assenza di altre testimonianze, le curiose monete galliche basterebbero a mostrare con quale facilità i rudi conquistatori subirono l'influenza civilizzatrice dei mercanti greci.

VoieL'anno 218 vide svolgersi, attraverso la regione che ci occupa, uno dei più famosi eventi della storia le cui ripercussioni dovevano essere per essa considerevoli: la spedizione di Annibale. L'esercito cartaginese, sebbene abbia, in generale, saputo acquisire la benevolenza dei Galli, dovette tuttavia disputare ai Volsci il passaggio del Rodano, per poi, trascurando le truppe che i Romani avevano sbarcato a Marsiglia, inoltrarsi nelle Alpi per attraversarle. Si sa come finì il conflitto di Roma con Cartagine. Una delle sue conseguenze fu la conquista della Spagna da parte dei Romani e questa conquista ebbe a sua volta come conseguenza fatale l'occupazione della costa gallica. Nonostante la relativa facilità delle comunicazioni marittime, i vincitori pensarono presto a utilizzare e migliorare la strada che avevano percorso gli invasori punici. Sfruttarono la debolezza dei loro alleati marsigliesi, incapaci di difendersi dalle aggressioni dei Celto-Liguri, per venire in loro aiuto e occupare metodicamente il paese: Nizza nel 154, Aix nel 123, Nîmes nel 120, Narbonne nel 118, Tolosa nel 106.

La strada seguita da Annibale divenne una via romana, la via Domiziana, e la regione conquistata divenne la Gallia transalpina e, poco più tardi, la Provincia Romana, governo militare di cui la Provenza conserva il nome. I Romani, infatti, erano stati costretti, per mettere la via Domiziana al riparo dalle incursioni, a occupare l'entroterra, ed è molto curioso notare che la parte della Provincia situata sulla riva destra del Rodano ha già più o meno gli stessi confini della nostra Linguadoca del XVIII secolo: essa abbraccia infatti gli Helvii (Vivarais), i Volsci Arecomici (Bassa Linguadoca) e i Volsci Tectosagi (Tolosa e Albi). Il paese dei Ruteni (Rouergue) rimane al di fuori della Provincia, così come, alla fine del XVIII secolo, esso appartiene al governo della Guienna e all'intendenza di Montauban, formando un grande saliente che si avanza nel cuore della Linguadoca. Tuttavia, il paese dei Vellavi (Velay) e quello dei Gabali (Gévaudan) rimangono al di fuori della Provincia romana.

ChassezacQuesta sarà naturalmente la base delle operazioni di Cesare per la conquista della Gallia e fu lui il primo a parlarci del *mons Cevenna* che, attraverso una manovra strategica celebre, fece attraversare nonostante la neve nel febbraio del 52 alle truppe stazionate sulla costa, una semplice finta destinata a mascherare l'arrivo in Alvernia, da Nord, delle dieci legioni che aveva concentrato nella regione di Langres: era l'inizio della campagna che doveva contrassegnare l'assedio di Avaricum e l'attacco fallito a Gergovia.

Dopo la conquista, la Provincia Romana divenne la Narbonense, provincia proconsolare. Fu amministrata con quel rispetto delle tradizioni locali e quell'esattezza meticolosa che erano ovunque il segno del genio romano. Nelle vecchie città celto-liguri, colonie di veterani o di cittadini romani formarono i quadri di un'occupazione del tutto pacifica, tanto la popolazione autoctona tollerò facilmente i vincitori. Alla fine del IV secolo, la prima Narbonense, distaccata dalla grande Narbonense, prefigura quasi esattamente la nostra Linguadoca. Narbonne prevale su Nîmes, su Béziers e persino su Tolosa. I vini del territorio di Béziers sono già rinomati.

La romanizzazione di questa regione già toccata dall'ellenismo fu così profonda che ebbe due curiose conseguenze: la prima è che, ancora oggi, la popolazione non parla altro che un latino volgare trasformato (l'occitano); la seconda è che il cristianesimo vi progredì meno rapidamente che sulle rive della Saona, della Loira o della Senna; esso non si organizzerà veramente che nella seconda metà del IV secolo ed è lecito dire che, attraverso i secoli, il genio della Linguadoca, pur segnato dal cristianesimo, è rimasto ancor più profondamente romano.

Le grandi invasioni furono segnate dall'installazione, nel 419, con il consenso dell'imperatore Onorio, dei Visigoti in Aquitania (Nantes, Bordeaux, Tolosa). Verso la metà del V secolo, occupano il resto della Narbonense. Questi barbari, che erano da tempo già al soldo dell'Impero, non distrussero la civiltà gallo-romana, ma la utilizzarono nel miglior modo possibile, in modo tale che la regione non ci ha fornito "monumenti" visigoti, eccetto sepolture e gioielli. Fustel de Coulanges ha inoltre mostrato che gli invasori dovevano essere molto meno numerosi dei Gallo-Romani; furono solo delle guarnigioni un po' rudi.

Voie RégordaneLa fine del V secolo segnò l'apogeo del regno dei Visigoti che si estendeva allora da Orléans fino alle colonne d'Ercole, abbracciando quasi tutta la Spagna. La vittoria riportata da Clodoveo a Vouillé nel 507 scacciò dal Sud-Ovest della Francia i Visigoti che riuscirono a conservare l'antica Narbonense meno il distretto di Tolosa. Questa regione, divenuta provincia del regno visigoto di Spagna, prese allora il nome di Settimania o Gotia.

L'VIII secolo vide apparire i Saraceni. Oggi è ampiamente dimostrato che questi nuovi invasori si comportarono da semplici saccheggiatori, incapaci di creare nulla, e che la regione non ha conservato alcuna "antichità araba". Probabilmente bisogna vedere la causa del ricordo straordinariamente vivo che hanno lasciato qui, come in Provenza, i "Maomettani" o "Saraceni", nel fatto che, per cinque secoli, la crociata fu predicata incessantemente per la liberazione della Spagna (*Reconquista*) e che, molto prima delle grandi spedizioni di Terra Santa, numerosi francesi del Midi avevano, a piccoli gruppi, attraversato i Pirenei per combattere gli Infedeli.

Comunque sia, fu da Narbonne che, nel 719, gli Arabi iniziarono l'avventurosa spedizione alla quale Carlo Martello mise fine a Poitiers nel 732. Ma riuscirono a mantenere la Settimania fino al 760, data in cui saranno espulsi da Pipino il Breve.
Sotto i Merovingi e i Carolingi, Tolosa rimarrà la capitale dell'Aquitania e cambierà padroni a seconda delle spartizioni che rovinarono queste due dinastie. Carlo Magno aveva conservato la Settimania come divisione amministrativa del suo Impero, una "marca" il cui ruolo era di rafforzare la marca di Spagna, la futura contea di Barcellona.

Nell'anarchia che seguì la decomposizione dell'Impero di Carlo Magno, i conti di Tolosa, semplici funzionari, a seconda del periodo, dell'imperatore, del re o del duca d'Aquitania, divennero conti ereditari, e la contea di Tolosa, smembrata dal ducato d'Aquitania, fu, fin dall'inizio della dinastia capetingia, uno dei grandi feudi che dipendevano direttamente dalla Corona. Ma il re era lontano e la sua sovranità era puramente teorica.

Garde-GuérinNel corso dell'XI e XII secolo, la dinastia dei conti di Tolosa non smise di crescere. Senza entrare nei dettagli di questa storia complicata, basta dire che, all'alba del XIII secolo, il conte di Tolosa possedeva il territorio di Tolosa, l'Agenese, il Quercy e il Rouergue, che era duca di Narbonne (antica Settimania) e marchese di Provenza (Contado Venassino e Valentinois), e che aveva come vassalli i conti o visconti di Foix, Astarac, Armagnac, Pardiac, Lomagne, Razès, Albi, Carcassonne, Narbonne, Béziers e Nîmes. Si vede bene in che modo questo dominio differisse dalla futura provincia della Linguadoca: esso invadeva fortemente la Guascogna; al contrario, gli mancavano le contee ecclesiastiche di Viviers, Velay e Gévaudan.

Protetta da principi illuminati, erede della civiltà gallo-romana, intrattenendo con l'Oriente, tramite il porto che Montpellier aveva all'imboccatura del Lez, relazioni che le crociate avevano sviluppato, la popolazione della contea di Tolosa era, almeno per la letteratura e i costumi, ben più avanti rispetto al Nord della Francia. Convinzioni cristiane, attrazione per l'Oriente, gusto per l'avventura, ambizione? Non conosceremo mai appieno la complessità delle ragioni che spinsero il conte Raimondo IV a prendere la croce per morire, nel 1105, come conte di Tripoli.

La civiltà tolosana è caratterizzata dalla frequenza della piccola proprietà privata, dal numero ridotto dei servi della gleba, soprattutto nella pianura, dall'uso del "diritto scritto" di origine romana, dal raggruppamento della popolazione in città e grossi villaggi, questi ultimi che generalmente succedettero a una villa gallo-romana. Da lì deriva la potenza precoce delle "comuni" che, a partire dal XII secolo, sono dirette da consoli o capitouls e godono di una vera autonomia amministrativa e, in certa misura, politica. È da lì, dall'ascesa continua di una borghesia che presta ai signori spendaccioni il denaro guadagnato nel commercio rendendoli così suoi obbligati, che la Linguadoca, così come la Provenza, finì per somigliare molto di più all'Italia che alla Francia del Nord.

MedioevoIn contrapposizione ancora alla Francia del Nord, la civiltà tolosana è laica. La Chiesa ha tuttavia, qui come altrove, giocato il suo ruolo; nel caos dell'alto Medioevo è stata l'unico sostegno del paese, ha mantenuto ciò che ha potuto della cultura greco-latina, ha organizzato la carità, ha creato "città franche", facilitando la diminuzione della servitù. Ma è un dato di fatto che i Meridionali, almeno quelli della pianura, quelli che hanno dalla loro i numeri e la ricchezza, non forniscono alla Chiesa né teologi né mistici; come in Provenza, la debolezza del monachesimo benedettino è marcante e bisognerebbe comunque, nelle fondazioni che ne derivano, riconoscere il contributo essenziale degli uomini del Nord.

Presi dalla vita mondana delle città dove risiedono, i vescovi, che appartengono generalmente alla nobiltà della contea, ne subiscono l'influenza nefasta e si potrebbe dire altrettanto dei curati che bisogna, in assenza di un'autentica classe contadina, reclutare tra il popolo delle comuni. Da lì il rilassamento della dottrina e dei costumi, da lì una tolleranza in materia di fede che, in quell'epoca, si spiega soltanto con un'insolita indifferenza. Nella crociata stessa, i francesi del Nord notano il coraggio e la brillantezza dei Meridionali, ma anche la loro leggerezza e il loro scetticismo.
D'altra parte, molto prima della costituzione regolare delle università di Tolosa e Montpellier, gli studi sono fiorenti, soprattutto il diritto e la medicina, in secondo luogo le lettere. Come a Bologna o a Salerno, l'insegnamento deve molto agli Arabi e agli Ebrei.

Si vedrà più avanti che l'architettura religiosa del paese ha stretti rapporti con quella della Lombardia e con quella della Catalogna e che ha, inoltre, prodotto alcuni grandi monumenti e una scuola di scultura propriamente della Linguadoca, ma nulla sarà più originale della letteratura dei trovatori. Per la sua arte, per la sua tecnica, per la sottigliezza dei sentimenti espressi, per il posto eminente che riserva alla donna, questa poesia ha contribuito ad addolcire i costumi, ad arricchire la sensibilità, e, nel XIII secolo, mentre andava estinguendosi nel suo paese d'origine, portò, con la prodigiosa architettura dell'Ile-de-France e della Borgogna, il marchio del genio francese in Italia e in Germania.

BorgognaI re di Francia, che avevano appena fatto una dura esperienza con i duchi di Normandia e i conti d'Angiò, non potevano lasciare che un simile pericolo si ricostituisse nel Midi. Se i conti di Tolosa si fossero insediati in Spagna come i Plantageneti avevano fatto in Inghilterra, la Francia sarebbe stata nuovamente smembrata. Filippo Augusto, quel grande re che aveva appena ripreso la Normandia e l'Angiò, approfittò di un'occasione straordinaria per intervenire.

I domini del conte di Tolosa erano pieni di eretici che la storia ha chiamato Catari, e anche Albigesi perché erano, in effetti, particolarmente numerosi attorno alla città di Albi. Questa eresia era un miscuglio di arianesimo e manicheismo portati dai Visigoti e mantenuti dai mercanti che venivano dall'Europa orientale, di giudaismo portato dai numerosi Ebrei che vivevano pacificamente nella regione dove possedevano scuole fiorenti, e persino di islamismo lasciato dagli Arabi. L'estrema libertà dei costumi meridionali faceva sì che l'eresia beneficiasse di un'incredibile tolleranza. Praticamente, i Catari, col pretesto di ripudiare la corruzione di una società fortemente gerarchizzata, tendevano verso una sorta di comunismo. Liberare lo spirito dalla presa della materia era la loro principale preoccupazione; per riuscirci, consigliavano la castità, la limitazione del cibo fino alla morte per inedia e, per conseguenza logica, raccomandavano libertinaggio e aborto a coloro che non si sentivano in grado di condurre la vita pura dei "perfetti". Dalla celebre parola di Cristo sulla spada concludevano che la società non ha né il diritto di punire né quello di fare la guerra. Erano, insomma, ciò che oggi chiameremmo anarchici e obiettori di coscienza.

AmalricIl papato tentò prima di convertirli per mezzo della predicazione. Fu invano e, nel 1208, l'assassinio del legato pontificio determinò Innocenzo III a predicare la crociata. Come in tutte queste imprese, le considerazioni materiali si mescolarono alle ragioni religiose. Se la nobiltà meridionale vedeva nell'indebolimento del cattolicesimo l'occasione di mettere le mani sui beni della Chiesa, la nobiltà del Nord vide nella crociata l'opportunità di impadronirsi dei beni dei signori eretici; e se una parte del popolo era legata all'eresia, ce n'era un'altra, i bottegai per esempio, che vedevano i loro affari perire man mano che venivano abbandonate chiese, abbazie e pellegrinaggi. La nobiltà meridionale favorevole all'eresia, la quale forniva i quadri militari necessari alla resistenza, si trovava quindi coinvolta in una lotta senza pietà. Prudente, il re di Francia si accontentò di autorizzare un piccolo numero di signori — ma il numero fu superato — a partecipare alla crociata.

Cinquantamila francesi del Nord, guidati dall'abate di Cîteaux, Arnaud Amalric, si scagliarono sul Midi. Dopo la presa di Béziers e Carcassonne, di cui si massacrarono gli abitanti (1209), Simone di Montfort (da Montfort-l'Amaury vicino a Parigi), uomo insensibile e devoto, ma onesto, intelligente, uomo di guerra e amministratore notevole, prese la direzione delle operazioni procedendo al disarmo metodico del paese tramite colonne volanti e all'espulsione dei signori locali compromessi. Fino a quel momento, il conte di Tolosa Raimondo VI, molto indeciso e senza convinzioni ben definite, aveva lasciato fare.

CrociateMa i procedimenti dei crociati, che si comportavano come degli estranei in un paese conquistato (non facevano d'altra parte che seguire le istruzioni pontificie), avendo ricompattato l'unanimità dei suoi sudditi cattolici o eretici, lo spinsero a prendere le armi. Sollevando veramente contro i "Barbari" del Nord la bandiera dell'indipendenza dei paesi di lingua d'oc, chiamò in suo soccorso il re d'Aragona, suo cognato. Da religiosa che era, la lotta divenne politica. I due principi furono sconfitti da Simone di Montfort a Muret, alle porte di Tolosa, il 12 settembre 1213, e il re d'Aragona perì valorosamente nella battaglia. Così furono spezzate delle speranze senza dubbio chimeriche, ma alcuni abitanti della Linguadoca deplorano ancora oggi le conseguenze di questa giornata per loro nefasta.
Comunque, la potenza tolosana era rovinata e, notiamolo bene, senza che il re di Francia vi fosse, in quanto sovrano, responsabile. Non era un esercito reale ma un esercito di crociati che aveva messo il paese a ferro e fuoco. La monarchia si teneva in disparte.

Nel 1215, l'anno di Bouvines e della Magna Charta, l'erede al trono, il futuro Luigi VIII, occupa Tolosa mentre il papa depone Raimondo dai suoi stati. Questi riprende le armi nel 1217 e rioccupa Tolosa dove i "francesi" vengono massacrati. Montfort viene ad assediare la città, ma, il 25 giugno 1218, un proiettile di catapulta gli sfonda il cranio e l'assedio viene levato. Durante il suo regno di tre anni (1223-1226), Luigi VIII, desideroso di raccogliere i frutti della politica paterna, condusse una crociata contro gli Albigesi a condizioni più vantaggiose per la Francia che per il papato. Morirà durante la spedizione, ma la contea sarà rioccupata. Infine, dopo varie alternative, Raimondo VII, figlio di Raimondo VI, rinunciò alla lotta e, con il trattato di Parigi-Meaux (1229), opera di Bianca di Castiglia, conservò solo una parte dei suoi domini a condizione di dare in sposa sua figlia ad Alfonso di Poitiers, fratello di Luigi IX, essendo inteso che, alla morte di Raimondo VII, avvenuta nel 1249, Alfonso di Poitiers sarebbe diventato conte di Tolosa, e che se questi fosse morto senza figli, la contea sarebbe tornata alla Corona, cosa che puntualmente avvenne nel 1271.

Filippo il BelloDa allora, la Linguadoca, che non sarà mai data in appannaggio, sarà amministrata direttamente da funzionari reali. La politica sia ferma che benevola di Luigi IX e di suo fratello non tardò a riparare le rovine causate dalla crociata e gli abitanti della contea diventarono subito, bisogna proclamarlo, dei francesi senza condizioni. La repressione dell'albigensismo, compito ingrato e a volte odioso, fu opera dell'Inquisizione.

Già nel 1207, il futuro San Domenico aveva organizzato la lotta contro l'eresia. È a Tolosa che, nel 1215, fondò per reprimerla l'ordine dei frati predicatori (Domenicani) e che, nel 1229, un concilio riunendo i vescovi del Midi, istituì il tribunale dell'Inquisizione i cui eccessi, che gli uomini del Re cercavano in ogni momento di arginare, rischiarono più volte di riaccendere la guerra. Ma i rigori del famoso tribunale, che durarono fino alla metà del XIV secolo, e che, di fatto, estirparono gli ultimi resti dell'eresia, sembrano aver lasciato ricordi indelebili e trasformato il carattere degli abitanti che, da tolleranti e indifferenti che erano, divennero in tutto e per tutto temibili fanatici, come la continuazione della loro storia mostrerà.

L'assimilazione fu soprattutto l'opera di Filippo il Bello. Per un curioso scherzo del destino, è la Linguadoca che gli fornirà i giuristi che utilizzerà nella sua lotta contro il papato. Beaucaire e Nîmes si sviluppano, il re di Francia prende piede a Montpellier che il trattato di Meaux aveva lasciato al re d'Aragona e, in mancanza di Marsiglia, sfrutta Aigues-Mortes al massimo come porto. Il XIII secolo vide anche la fondazione delle Università di Tolosa (1229) e Montpellier (1289).

GreggiIl territorio della Linguadoca doveva ancora subire modifiche. Con il trattato di Amiens (1279), l'Agenese e l'Armagnac ritornano nella sfera del ducato di Guienna che il re d'Inghilterra deteneva come feudo del re di Francia. D'altra parte, a seguito dell'acquisizione di Lione, Filippo il Bello, nel 1307, concluse con i vescovi de Le Puy-en-Velay, di Mende e di Viviers dei contratti (i cosiddetti *pariages*) che, in pratica, riuniscono alla Corona il Velay, il Gévaudan e il Vivarais. L'occupazione di quest'ultima contrada dava alla Francia quasi tutta la riva destra del Rodano. Filippo il Bello fece costruire una testa di ponte a Villeneuve davanti ad Avignone, e Filippo di Valois fece costruirne un'altra a Sainte-Colombe davanti a Vienne. Lo stesso re completò, nel 1349, l'acquisizione di Montpellier. Infine, a seguito del malaugurato trattato di Brétigny (1360), il Rouergue fu ceduto al re d'Inghilterra e, sebbene Carlo V lo riconquistò dieci anni dopo, da quel momento seguirà, dal punto di vista amministrativo, le sorti della Guienna. I confini della Linguadoca non subiranno più cambiamenti fino alla distruzione delle province operata dalla Rivoluzione.

Salvo l'incursione del Principe Nero che, nel 1355, si spinse fino a Carcassonne, la Linguadoca non sarà direttamente colpita dalla guerra dei Cent'anni, ma il suo lealismo e il suo patriottismo svolgeranno un ruolo capitale nella lotta contro gli inglesi. Non cesserà di fornire denaro e uomini per la difesa nazionale; ovunque le città si fortificano per poter fermare il nemico, e i nostri re riconobbero questi servigi concedendo agli Stati della provincia un ruolo eccezionale di cui torneremo a parlare.

Croce di pietraÈ curioso notare l'importanza che ebbe, durante la guerra dei Cent'anni, l'antica Via Regordane, via romana attribuita senza prove all'imperatore Gordiano, e che, da Nîmes, conduceva a Clermont-Ferrand attraverso Alès e la valle dell'Allier. Era da tempo uno dei grandi percorsi di pellegrinaggio, la via Tolosana che riuniva, infatti, i celebri santuari di Notre-Dame-du-Port, Brioude e Le Puy-en-Velay, attraversava le Cévennes, sboccava a Nîmes, raggiungeva il santuario di Saint-Gilles e poi quello di Saint-Guilhem, da dove, passando per Tolosa, attraversava i Pirenei per arrivare a Compostela. Poiché questa strada, passando per Bourges e Orléans, conduceva a Parigi, si trovò a essere, dopo l'annessione della Linguadoca, il grande asse longitudinale del dominio reale e, durante la guerra dei Cent'anni, la sua grande arteria strategica e politica poiché, da una parte, la valle del Rodano non era che in parte francese, e dall'altra, gli inglesi intercettavano le strade dell'Aquitania. È da lì che gli abitanti della Linguadoca e i guasconi verranno a combattere per il re di Bourges al fianco di Giovanna d'Arco.

L'unione della Provenza alla Corona, nel 1483, fece di Marsiglia il grande porto francese sul Mediterraneo, comportando la decadenza di Aigues-Mortes e del commercio di Montpellier. La prosperità che seguì la fine della guerra dei Cent'anni fu nuovamente rovinata dalle guerre di Religione che assunsero, nella regione, un carattere di asprezza eccezionale. In generale, l'area di Tolosa e Carcassonne rimasero cattoliche e abbracciarono contro Enrico III il partito della Lega Cattolica; siccome il resto della provincia, per non parlare dell'Agenese, era nelle mani dei protestanti, si può ben immaginare il grado di furore che raggiunse la lotta quando, dopo l'assassinio di Enrico III, l'erede al trono si trovò ad essere un protestante. Il parlamento di Tolosa, sostenuto da una popolazione fanatica, esercitò contro gli ugonotti persecuzioni e rigori peggiori di quelli dell'Inquisizione nel XIII secolo. Come in quell'epoca, e per ragioni analoghe, la nobiltà locale fornì ai riformati i loro quadri militari.

L'Editto di NantesL'Editto di Nantes non fu che una tregua. In questa regione dove le due confessioni erano così mescolate, ognuna pretese che l'Editto fosse troppo favorevole all'altra e, approfittando della minorità di Luigi XIII, i protestanti, che avevano conservato la loro organizzazione militare, ripresero le armi. Non appena il re ebbe preso effettivamente il potere, i protestanti furono severamente puniti, ma Montpellier capitolò solo dopo un assedio in regola (1622). La pace di Montpellier non durò a lungo e l'anno 1627 vide la sollevazione generale dei protestanti che fu segnata dal famoso assedio di La Rochelle. Dopo la capitolazione di questa città (1628), il re si volse contro i protestanti della Linguadoca che opposero ovunque, dietro le mura che le città avevano eretto nel XVI secolo per fermare gli inglesi e i mercenari, una resistenza accanita. Luigi XIII fece radere al suolo Privas per dare l'esempio, ma subito dopo, mostrando la stessa ammirevole moderazione che aveva mostrato agli abitanti di La Rochelle, concesse ai riformati la celebre pace di Alès (1629) che manteneva rigorosamente le disposizioni dell'Editto di Nantes ma spezzava le pretese dei protestanti di formare uno Stato nello Stato.

Le misure centralizzatrici che Richelieu credette di dover prendere in Linguadoca per evitare il ritorno di simili eventi, in particolare restringendo le attribuzioni degli Stati provinciali, provocarono una resistenza inizialmente passiva da parte di una fetta dell'episcopato, della nobiltà e del parlamento; ma questa resistenza assunse il carattere di una ribellione aperta quando il duca di Montmorency, governatore della provincia, decise di prendere parte alla vasta cospirazione aristocratica a cui Gastone d'Orléans prestava la sua incerta autorità. Il lealismo dei protestanti e delle comunità rovinò le speranze dei cospiratori. Montmorency, battuto e catturato nella battaglia di Castelnaudary, fu decapitato nel cortile del Campidoglio di Tolosa (1632). Una debole replica della battaglia di Muret.

RichelieuÈ qui il momento di spendere qualche parola sull'amministrazione della provincia. A capo c'era il governatore che, dal 1526 al 1632, fu sempre un membro della famiglia Montmorency. Richelieu ridusse il governatore a un semplice personaggio decorativo che il luogotenente generale sostituiva nell'esercizio effettivo delle sue funzioni. Il parlamento di Tolosa, il più antico dopo quello di Parigi, fondato nel 1303 da Filippo il Bello e soppresso dallo stesso re nel 1312, fu ristabilito nel 1419 ma, poiché la Francia era allora impegnata nel periodo più critico della guerra dei Cent'anni, fu definitivamente ricostituito solo nel 1443. I suoi magistrati si distinsero sia per la loro sapienza giuridica, sia per il loro cattolicesimo intransigente e, nel XVIII secolo, per le loro pretese insensate e la loro opposizione alle riforme amministrative e finanziarie che la monarchia intendeva attuare, tanto che la popolarità che guadagnarono allora per il loro ruolo di oppositori portò a un equivoco, e la Rivoluzione glielo farà ben vedere inviando 53 di loro alla ghigliottina.

La Linguadoca fu, fin dalla sua annessione alla Corona, un "pays d'États" e gli Stati della Linguadoca ebbero presto un'importanza in rapporto a quella della provincia. Il patriottismo con cui votarono, nei momenti più bui della guerra dei Cent'anni, dopo i disastri di Crécy, Poitiers e Azincourt, i sussidi necessari per la difesa nazionale, valse loro, da parte dei nostri re, un riconoscimento da cui trassero un rinnovato prestigio e autorità.

Gli Stati, che si riunivano annualmente, il più delle volte a Montpellier o a Pézenas, comprendevano 22 arcivescovi o vescovi, 22 baroni e 44 deputati delle città; l'arcivescovo di Narbonne ne era il presidente nato. La loro riunione dava luogo a sontuose cerimonie.

La principale delle "franchigie e libertà" della Linguadoca consisteva nell'approvazione delle imposte da parte degli Stati, ma quando la monarchia, alla fine del XV secolo, fu tornata abbastanza forte da riprendere il suo lavoro di centralizzazione e unificazione, il consenso divenne a poco a poco un semplice patteggiamento destinato a salvare le apparenze. Ma, anche dopo le riforme di Richelieu, gli Stati continuarono a servire utilmente da intermediari tra le comunità e il potere centrale, a regolare la ripartizione dell'imposta secondo le risorse di ciascuna contrada e, infine e soprattutto, in accordo con l'intendente, a consacrare una parte del budget provinciale all'esecuzione di importanti lavori pubblici, in primo luogo il famoso Canal du Midi. L'assemblea, d'altra parte, conservava la facoltà di esprimere rimostranze o lamentele che venivano esaminate con attenzione dal Consiglio del Re.

Le franchigie della provincia consistevano ancora nei resti importanti di autonomia che le comunità avevano conservato dai tempi in cui erano vere e proprie repubbliche all'italiana. Indipendentemente dai problemi che queste libertà presentavano per il potere sovrano, spesso avevano come risultato quello di rovinare le finanze delle comunità che si indebitavano e imponevano tasse senza discernimento. Già Enrico IV aveva cominciato a metterle sotto tutela; Luigi XIV completò la loro sottomissione trasformando (1692) le cariche municipali elettive in uffici venali (acquistabili), passando così all'eccesso opposto.

UgonottiL'intendenza della Linguadoca, divisa in due generalità (Montpellier e Tolosa), ebbe, come le altre province, eminenti titolari (solo undici in 150 anni) tra cui Daguesseau (1674-1685) e Basville (1685-1718), che, seguendo l'impulso dato da Colbert, ripristinarono le foreste, svilupparono le industrie della lana, della seta e del merletto, e crearono il porto di Sète. La prosperità dovuta a questi notevoli amministratori non fece che crescere nella seconda metà del XVIII secolo, e i rapporti dell'ultimo di loro, Ballainvilliers (1786-1790), ci informano che, una volta soddisfatti i bisogni regionali, le esportazioni della provincia rappresentavano un guadagno annuale di 66 milioni di livre. La popolazione era allora di 1.700.000 abitanti; Tolosa ne aveva 60.000 e Montpellier 30.000.

La prosperità della provincia sarebbe stata ancora più grande se la revoca dell'Editto di Nantes e la guerra dei Camisardi non l'avessero seriamente colpita. Si rimanda per il dettaglio degli eventi a quanto ne diciamo in altra sede. Qui basta dire che, cercando di far scomparire il protestantesimo, lo Stato si proponeva di realizzare un'unità politica e religiosa che accrescesse il suo potere; d'altronde non faceva altro che applicare il principio di diritto pubblico allora accettato ovunque: "*cujus regio, ejus religio*". L'organizzazione religiosa dei protestanti non aveva, inoltre, un aspetto federale e democratico poco compatibile con il principio della monarchia assoluta?

Infine, bisogna collegare la revoca ad altre questioni religiose e ricordare che Luigi XIV, nel momento in cui si scagliava contro i protestanti, sosteneva contro il papa le libertà della chiesa gallicana.
In ogni caso, per quanto riguarda le Cévennes, l'episcopato della Linguadoca e il parlamento di Tolosa non fecero altro che spingere verso l'inasprimento delle misure prese contro i protestanti, mentre commercianti e artigiani cattolici videro spesso nella revoca l'occasione per sbarazzarsi dei concorrenti. Alla vigilia della Rivoluzione, mentre il governo aveva rinunciato alla lotta religiosa e praticamente riconosciuto la libertà di coscienza, vescovi e parlamentari non si erano arresi. D'altra parte, bisogna notare che, in generale, questa atroce persecuzione non aveva intaccato la lealtà dei protestanti che non erano emigrati.

Luigi XIVI primi anni della Rivoluzione furono accolti favorevolmente ma, in seguito, provocarono, in questa regione tormentata dai risentimenti, reazioni molto varie. Se il territorio di Tolosa che, nel XVI e XVII secolo, era stato appassionatamente cattolico, divenne allora non meno appassionatamente "sanculotto", il resto della Linguadoca fu in sostanza la regione di Francia dove, dopo la Bretagna, l'Angiò e la Vandea, la resistenza monarchica fu la più attiva. E, se questa resistenza fu soprattutto causata dalle misure anticattoliche delle Assemblee rivoluzionarie, bisogna notare che si manifestò anche nella regione delle Cévennes popolata da protestanti. Questo non impedì, in altre circostanze, ai cattolici e ai protestanti di venire alle mani e se l'Impero napoleonico, ripristinando il cattolicesimo insieme alla libertà di coscienza, fu un'epoca di tranquillità, la Restaurazione vide rinascere bruscamente le passioni sopite. E, sebbene oggi non si affrontino più, fortunatamente, se non sul terreno elettorale, le tendenze di un tempo si manifestano ancora per il carattere molto accentuato di ogni fazione politica, per l'intransigenza con cui si è cattolici, protestanti o laici.

Tutto ciò in modo appassionato e senza sfumature come si conviene a un popolo che ha il gusto per le controversie oratorie, e complicato da rivalità locali e personali, dato il forte individualismo meridionale. Eppure, accanto ai "militanti" schierati in un partito, ci sono anche molti indifferenti, abbastanza amanti del buon vivere come si può essere in un territorio dove l'esistenza è in fin dei conti così piacevole, e che, lasciando da parte i rancori storici, fanno probabilmente rinascere, senza saperlo, le abitudini conviviali precedenti alla crociata albigese.

Queste rivalità non impedirono, nel XIX secolo, alla Linguadoca di prosperare sviluppando le sue risorse naturali. Delle centrali idroelettriche sostituiscono ora il carbone locale per alimentare le manifatture e un grande sforzo, sebbene ancora insufficiente, come ha dimostrato l'inondazione del 1930, è stato fatto per il rimboschimento. Il porto di Sète non ha mai smesso di crescere.

Ma il XIX secolo vide la fisionomia tradizionale della regione modificarsi per lo sviluppo inaudito che ha preso la coltivazione della vite nella Bassa Linguadoca, e questo fatto non ha mancato di separare sensibilmente quest'area da quella di Tolosa. Questa distinzione tra Linguadoca mediterranea e Linguadoca aquitana è una realtà così evidente che la provincia ebbe presto due capitali: Tolosa e Montpellier. Se, da Nord a Sud, la pianura e la montagna si completano felicemente, sono soprattutto la lingua e la storia che hanno unito l'Est e l'Ovest.