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Da Chasseradès a Bleymard con Stevenson

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Chasseradès

L'osteria«Da lì, dopo aver superato una collina, il nostro cammino ci portò ad attraversare un altopiano spoglio fino a raggiungere Chasseradès, al tramonto.»

ChasseradèsLa compagnia riunitasi quella sera nella cucina dell'osteria era composta da tutti i lavoratori impiegati negli studi topografici per una delle linee ferroviarie in progetto. Erano intelligenti e di piacevole conversazione; discutemmo del futuro della Francia davanti a un vin brulé, finché l'ora tarda segnata dall'orologio non ci spinse a letto. Nella piccola camera al piano di sopra c'erano quattro letti ed eravamo in sei a doverci dormire. Ma io avevo un letto tutto per me e persuasi i miei compagni a lasciare aperta la finestra.

«Ehi, signore, sono le cinque!» Questo fu il grido che mi svegliò al mattino (sabato 28 settembre). La stanza era satura di una nebbiolina trasparente che mi lasciava a malapena intravedere gli altri tre letti e i cinque diversi berretti da notte sui cuscini. Ma oltre la finestra, l'aurora colorava di una larga striscia rossa le cime delle montagne e il giorno stava per inondare l'altopiano. L'ora era suggestiva e racchiudeva la promessa di un tempo sereno che fu mantenuta alla perfezione.

Ero presto in cammino con Modestine. La strada proseguì per un tratto sull'altopiano e poi scese attraverso un ripido villaggio nella valle del Chassezac. Il fiume scivolava tra verdi prati, nascosto al mondo dalle sue rive scoscese. Le ginestre erano in fiore e, di tanto in tanto, un piccolo borgo mandava il suo fumo verso il cielo.

Alla fine, il sentiero attraversò il Chassezac su un ponte e, abbandonando quella profonda gola, si diresse verso la cresta del Goulet. Si apriva un varco attraverso Lestampe (oggi L'Estampe) tra altipiani, boschi di faggi e betulle, e a ogni svolta mi rivelava spettacoli di una nuova piacevolezza.

EstampesGià nella gola del Chassezac, il mio orecchio era stato colpito da un suono simile a quello di un grosso calabrone che ronzava a chilometri di distanza, ma man mano che salivo e mi avvicinavo, sembrava cambiare tono. Alla fine mi resi conto che era provocato da un pastore che guidava il suo gregge al suono di un corno.

L'EstampeLa stretta strada di Lestampes traboccava di pecore da un'estremità all'altra: pecore nere e bianche, che belavano insieme come cantano gli uccelli in primavera, ognuna accompagnata dal campanaccio appeso al collo. Ne scaturiva un concerto impressionante e tutto acuto.

Un po' più in alto passai vicino a due uomini arrampicati su un albero, armati di un falcetto per potare. Uno di loro canticchiava un motivo di bourrée. Ancora più avanti, mentre mi addentravo sotto le betulle, il canto allegro dei galli giunse fino a me e, allo stesso tempo, si levò il suono di un flauto che modulava una melodia discreta e lamentosa in uno dei villaggi in quota.

Mi immaginai un maestro di una scuola di campagna, con le guance rosse come mele e i capelli brizzolati, che suonava lo zufolo nel suo piccolo giardino al sole di un limpido autunno. Queste musiche così diverse, dotate di un fascino singolare, riempivano il mio cuore di un'aspettativa insolita.

Mi sembrava che, una volta superato il contrafforte che stavo scalando, sarei disceso nel paradiso terrestre. E non ne fui deluso, poiché mi ero ormai rassegnato alla pioggia, all'uragano e alla desolazione del luogo. Qui terminava la prima parte del mio viaggio, che fungeva quasi da armoniosa introduzione alla seconda, ancora più bella.

GouletCi sono vari gradi nella fortuna così come nelle pene, a parte la pena capitale. E gli spiriti benevoli mi condussero allora in un'avventura che racconto a beneficio dei futuri conducenti di asini. La strada faceva degli zigzag così ampi lungo il fianco della montagna che presi una scorciatoia segnata sulla mappa e con la bussola, inoltrandomi attraverso boschi stentati per riprendere il cammino un po' più in alto.

Questa fu l'occasione di un serio conflitto con Modestine, la quale non ne voleva sapere della mia scorciatoia. Si voltò a guardarmi, indietreggiò, scalciò e lei, che avevo creduto muta, cominciò a ragliare fortissimo con voce rauca, come un gallo che annuncia il nascere dell'aurora.

BleymardLa punzecchiai con il pungolo che tenevo in una mano, mentre con l'altra, data la forte pendenza, dovevo tenere in equilibrio il basto. Una mezza dozzina di volte la mia bestia arrivò a due dita dal ruzzolarmi sulla testa; e una mezza dozzina di volte, per pura debolezza d'animo, fui sul punto di abbandonare il mio intento e di riportare Modestine a valle per seguire la strada normale.

Ma la presi come una sfida e mi ostinai nonostante tutto. Rimasi sorpreso, quando raggiunsi nuovamente la carreggiata, dalla sensazione di gocce di pioggia che mi cadevano sulle mani e, a più riprese, alzai gli occhi stupiti verso il cielo completamente sgombro di nuvole. Era semplicemente il sudore che mi grondava dalla fronte.

Sulla cima del Goulet non c'era più una vera strada tracciata, ma solo dei cippi eretti qua e là per guidare i mandriani. Il terreno muschioso era elastico e profumato sotto i piedi. Non avevo per compagnia che qualche allodola, e tra Lestampe e Bleymard incontrai un solo carro trainato da buoi.

Davanti a me si aprì una valle poco profonda e, alle mie spalle, la catena dei monti della Lozère, in parte boscosa, con pendii piuttosto aspri, ma nell'insieme dall'aspetto secco e desolato. C'era appena una parvenza di coltivazione. Eppure, nei dintorni di Bleymard, la strada principale che andava da Villefort a Mende attraversava una serie di prati piantati con alti pioppi e ovunque risuonavano i campanacci delle pecore e delle mandrie.» In viaggio con un asino nelle Cévennes di Robert Louis Stevenson.