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Storia della città di Mende

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La storia di Mende, prefettura della Lozère, affonda le sue radici nell'Antichità, epoca in cui era nota come Mimate. Il suo sviluppo medievale fu profondamente segnato dall'influenza dei vescovi-conti del Gévaudan, che vi stabilirono la propria sede conferendo alla città un'enorme rilevanza politica e religiosa, magnificamente incarnata dalla costruzione della sua imponente cattedrale. Mende divenne presto un crocevia commerciale dinamico, prosperando grazie a fiere e mercati favoriti dalla sua posizione strategica. Nel XVI secolo subì le devastazioni delle guerre di religione; in particolare, il memorabile assedio del 1581 guidato dal capitano ugonotto Merle lasciò cicatrici indelebili nella sua architettura. Se durante l'Ancien Régime Mende mantenne intatto il proprio ruolo amministrativo e giudiziario, fu la Rivoluzione francese a consacrarla definitivamente come capoluogo del dipartimento.

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Situata sulla riva sinistra del fiume Lot, a 567 chilometri a sud-est di Parigi, Mende è un'antica città dal fascino millenario. Attuale capoluogo del dipartimento della Lozère, di un arrondissement e di un cantone, ospita un tribunale di prima istanza, l'episcopio, un seminario diocesano, un collegio e numerose istituzioni accademiche e agricole. Un tempo fulcro di una fiorente contea e prestigiosa sede di un vescovado e di un baliato dipendenti dal parlamento di Tolosa e dalla generalità di Montpellier, la città brillava anche per la presenza di numerosi conventi, tra cui quelli dei cordiglieri, dei carmelitani, dei cappuccini e delle orsoline.

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Nel IV secolo, l'insediamento non era che un modesto borgo (viculus) dalle abitazioni sparse lungo la riva sinistra del Lot, accoccolato ai piedi del monte Mimat che gli avrebbe dato il nome, nel cuore di una terra nota per i suoi pascoli e le ricche miniere d'argento. In seguito alla distruzione dell'antica Gabalum e all'assedio di Grèzes per mano dei Vandali nel 376, san Privat, apostolo dei Gabali, trovò rifugio in una grotta sul monte Mimat. Scoperto dai barbari, si rifiutò categoricamente di sacrificare ai loro idoli. La leggenda narra che fu allora rinchiuso in una botte foderata di lame affilate e fatto rotolare giù dalla montagna, ma furono poi alcune anime pie a recuperare segretamente le spoglie del martire per offrirgli degna sepoltura.

Con la partenza dei Vandali, sulla tomba del santo sorse un santuario che divenne ben presto celebre per i miracoli attribuiti alle sue reliquie. Questo luogo, che secondo il cronista Adon era in origine un semplice casale, si popolò e si urbanizzò a tal punto da soppiantare del tutto l'antica Gabalum. Erede della potenza della storica capitale dei Gabali, Mende si impose come nuovo fulcro del Gévaudan e accolse la sede episcopale un tempo stabilita a Javols. Questa solenne traslazione fu accompagnata dal trasferimento delle reliquie di san Privat. Da quel momento, il seggio vescovile è rimasto indissolubilmente legato alla città, operando come suffraganeo di Bourges prima e, in seguito, dell'arcivescovado di Albi. Si tramanda, inoltre, che Raymond de Saint-Gilles, conte di Tolosa e del Gévaudan, avesse ceduto ai vescovi mendois tutti i propri diritti su questo territorio.

Nel 1161, il vescovo Adalberto fece cingere Mende con possenti mura, elevando così il borgo al rango di vera e propria città. Dopo aver reso omaggio al re Luigi VII, ottenne una bolla d'oro. In questa storica pergamena, il sovrano sottolineava come a memoria d'uomo nessun vescovo del Gévaudan avesse mai prestato giuramento ai re di Francia, essendo questa terra impervia sempre stata governata dai suoi prelati. Riconoscendo che la giustizia era prerogativa della corona, Adalberto si sottomise al re alla presenza dei grandi baroni. In cambio, Luigi VII confermò i privilegi secolari dei vescovi gabalitani, concedendo loro i diritti regali e garantendo la totale indipendenza della loro Chiesa da qualsivoglia esazione.

Storia di Mende in Lozère 4Così si consolidò il potere temporale che i vescovi di Mende esercitarono con autorità fino alla Rivoluzione. Signori con diritto di alta giustizia, essi battevano moneta e rivendicavano la sovranità assoluta sulla regione, arrivando a far deporre uno scettro d'oro presso l'altare quando officiavano pontificalmente. Nel 1223, il vescovo Guglielmo di Peyre non esitò a muovere guerra ai propri vassalli; quest'ultimi si ribellarono e lo scacciarono, ma il prelato non tardò a riprendere il proprio posto. Sebbene nel 1225 avesse ceduto il Gévaudan a Giacomo, re d'Aragona, i suoi successori continuarono a rivendicare i diritti sulla regione. Tuttavia, di fronte alla crescente affermazione del potere regio, il vescovo di Mende stipulò nel 1306 un trattato con Filippo il Bello, condividendo la signoria e la giustizia del Gévaudan: il vescovo fu riconosciuto come conte e il re ne divenne il sovrano legittimo.

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Fino al 1789, la giustizia continuò a essere amministrata in modo alternato: a nome del re a Marvejols, e a nome del vescovo a Mende. Quest'ultimo, inoltre, presiedeva gli Stati del Gévaudan. Tra le sedi episcopali francesi, quella di Mende figura indubbiamente tra le più prestigiose, potendo annoverare nella sua storia ben settantadue vescovi (di cui cinque elevati agli onori degli altari), un papa (Urbano V) e sei cardinali.

Durante il conflitto che oppose Carlo VII e Luigi XI agli Armagnacchi, i Mendois rimasero fedeli sostenitori della monarchia. Per premiare tanta lealtà, nel 1479 Luigi XI concesse a consoli e abitanti di fregiare il capo del proprio stemma con due gigli. Fece persino di più, nominando nel 1475 il vescovo Jean Petit suo luogotenente generale in Linguadoca e accordando alla città importanti privilegi. Nonostante l'opposizione del vescovo, geloso delle proprie prerogative di signore, il re procedette comunque e impose l'aggiunta di una "L" coronata tra i due gigli sullo stemma consolare.

Nel XVI secolo, Mende subì duramente i colpi delle guerre di religione. Assediata e conquistata dai protestanti nel 1562, e in seguito ripresa dai cattolici, la città cadde nuovamente nella tragica notte di Natale del 1579. Approfittando del fatto che gli abitanti fossero radunati nelle chiese per le celebrazioni, il temibile capitano Merle e i suoi calvinisti scalarono silenziosamente le mura, impossessandosi della piazzaforte. Il governatore fu ucciso nel disperato tentativo di opporre resistenza, e i soldati asserragliati in una torre dovettero capitolare. Molti fedeli cattolici furono massacrati, e la città venne in gran parte saccheggiata e data alle fiamme. Di fronte a questo disastro, la nobiltà cattolica di Gévaudan, Velay, Alvernia e Vivarais si riunì a Chanac, decisa a scacciare i riformati da Mende sotto la ferma guida di Saint-Vidal e Christophe d'Apcher.

Quando Saint-Vidal e d'Apcher intimarono la resa incondizionata a Merle, quest'ultimo, con sfrontata arroganza, rispose che li stava aspettando e che sarebbe andato lui a scovarli. Fu di parola: fuggito furtivamente da Mende col favore delle tenebre alla testa di cento uomini d'arme e duecento archibugieri a cavallo, si infiltrò a Chanac, neutralizzò le guardie e mise a sacco la città, ritirandosi solo dopo essersi impadronito di un ricco bottino e aver sottratto ai cattolici ben duecento cavalli da battaglia (1580).

Storia di Mende in Lozère 6Châtillon, al comando in Bassa Linguadoca per il re di Navarra, architettò uno stratagemma per allontanare Merle da Mende, fingendo di aver urgente bisogno di lui per un assedio. Il suo vero obiettivo era sbarazzarsi di un leader i cui eccessi rischiavano di screditare la causa riformata. Caduto nel tranello, Merle abbandonò la città e Châtillon ne assunse rapidamente il controllo, insediandovi una propria guarnigione. Scoperto l'inganno, il capitano ugonotto andò su tutte le furie: sferrò un attacco a sorpresa, impose tasse esorbitanti e cacciò senza pietà chiunque gli fosse sospetto. Lasciò la piazzaforte solo nel 1581, di sua spontanea volontà e dopo aver dettato condizioni di pace molto vantaggiose. Durante questa turbolenta occupazione, i calvinisti trafugarono oltre duecentottanta marchi d'argento tra vasi sacri e reliquiari, e fusero l'imponente campana della cattedrale per farne dei cannoni.

Storia di Mende in Lozère 5Alla fine del XVI secolo, nel 1595, Mende passò sotto il controllo del duca di Joyeuse, il quale vi fece erigere un'imponente cittadella. Questa roccaforte fu tuttavia rasa al suolo già nel 1597, non appena re Enrico IV riportò pacificamente la città sotto la propria autorità. Definitivamente pacificata, Mende si tenne poi alla larga dalle violente guerre civili e religiose che infiammarono il regno durante i successivi regni di Luigi XIII e Luigi XIV.

Incastonata in un'incantevole vallata solcata dal fiume Lot, Mende si estende ai piedi di montagne verdeggianti dalle quali sgorgano innumerevoli sorgenti che irrigano generosamente gli orti e i prati delle bastides circostanti. È difficile immaginare uno scenario più pittoresco di queste graziose abitazioni bianche, perfettamente integrate tra i fertili campi e i rigogliosi frutteti. Ammirata da lontano, con la sua inconfondibile sagoma triangolare, i maestosi campanili e i tradizionali tetti in ardesia, la città incanta immediatamente lo sguardo. Il suo gioiello architettonico più prezioso è senza dubbio la cattedrale. Inizialmente edificata nel quartiere cosiddetto dei Chiostri, la prima struttura si rivelò presto troppo angusta per ospitare un clero fiorente e una popolazione in continua espansione, rendendo imperativo progettare un edificio sacro di proporzioni ben più maestose.

Per finanziare questa ambiziosa opera, accogliendo le preghiere di papa Urbano V, nel 1364 il re Carlo V ordinò un censimento dei focolari del Gévaudan, tassandoli per un fiorino ciascuno. I colossali lavori, avviati nel 1366, giunsero a compimento solo un secolo più tardi, nel 1467. Nel XVI secolo la chiesa splendeva per ricchezza di ornamenti, vasi preziosi, paramenti d'oro e d'argento, dono della munificenza di Urbano V e dei successivi vescovi locali, ma le guerre di religione finirono per depredarla di tali inestimabili tesori. Restaurata nel 1620, seppur con alterne fortune (nonostante il suo capitolo contasse oltre cento beneficiari), la cattedrale si erge ancora oggi in tutta la sua vasta e solenne maestosità.

Edificata in puro stile gotico, la struttura si articola in tre slanciate navate ed è sormontata da due campanili simmetrici, il più alto dei quali è unanimemente considerato un capolavoro architettonico. I raffinati ornamenti traforati, le colonne affusolate e l'impressionante slancio della vertiginosa guglia le conferiscono un'audace eleganza. Bisogna salire ben duecentoquarantuno gradini per raggiungere la quarta galleria, che ospita l'antico orologio. La guglia ottagonale si distingue inoltre per le curiose aperture interne oblunghe, che richiamano sorprendentemente la silhouette dei minareti orientali.

Storia di Mende in Lozère 8Prima dei tragici eventi del XVI secolo, la torre ospitava una colossale campana ribattezzata la Nonpareille, fusa dai calvinisti nel 1579 per fabbricare artiglieria. Un imponente capitello a forma di cono rovesciato, che si dice ne riproduca le esatte proporzioni, corona oggi la torre della scala a chiocciola. In tempi più recenti, alla caduta dell'Impero, il prefetto della Lozère e il celebre maresciallo Soult vennero per breve tempo reclusi proprio in questo campanile: fortunatamente, gli eccessi legati alla reazione realista a Mende si limitarono a questo singolare episodio senza spargimento di sangue.

Mende vantava inoltre un illustre convento di cordiglieri, fondato intorno al 1220 nientemeno che da sant'Antonio di Padova. Saccheggiato e devastato dalle truppe ugonotte, il complesso risorse grazie al generoso mecenatismo dei potenti baroni del Gévaudan. Fieri delle loro donazioni, questi nobili fecero scolpire i propri stemmi sopra il portale della chiesa e posizionare le proprie sepolture attorno al sagrato, preferendo questo luogo considerato particolarmente sacro per l'eterno riposo piuttosto che i propri feudi.

Storia di Mende in Lozère 9Diversi anni fa, durante i lavori di rifacimento della pavimentazione, furono riportati alla luce antichi resti ossei accompagnati da un prezioso anello sigillare recante uno stemma finemente inciso. Gli studiosi ritengono probabile che il monile appartenesse a uno di questi grandi baroni; secondo gli usi di un'epoca in cui molti nobili erano analfabeti, l'anello serviva proprio da sigillo ufficiale per autenticare gli atti, funzione che altri assolvevano invece con il pomo della propria spada.

Nel corso dei decenni, Mende non ha mai smesso di impreziosire il proprio tessuto urbano. Il suo elegante boulevard e le luminose vie del centro sono fiancheggiati da palazzi di grande fascino, tra cui il Palazzo di Giustizia, la fontana dei Grifoni, l'ariosa piazza Urbano V (dove si erge fiera la statua del pontefice costruttore), lo storico municipio, l'antico e sfarzoso palazzo episcopale, il palazzo della prefettura, la biblioteca, un polo museale e le ampie caserme militari. Dominando dall'alto la città, il suggestivo eremo di San Privat regala un panorama mozzafiato a 200 metri di altitudine, raggiungibile tramite un ripido sentiero costellato di stazioni devozionali. A lungo, la città ha basato la propria prosperità su una fiorente produzione tessile, in particolare sulle celebri sargie di Mende, tessuti robusti esportati con successo in tutti i dipartimenti francesi e all'estero. Ancora oggi, i mendois si distinguono in tutta la regione per un temperamento eccezionalmente mite, socievole e squisitamente ospitale.

Patria dell'illustre medico Antoine Blauquet, questa città ha visto evolvere nel tempo i propri simboli araldici.
L'antico e fiero stemma di Mende recitava: d'azzurro alla lettera M gotica maiuscola d'argento, sormontata da una L maiuscola d'oro, magistralmente fiancheggiata da due gigli d'oro reali; oggi il blasone recita: d'azzurro, alla lettera M gotica maiuscola d'argento (oppure d'oro), maestosamente sormontata da un sole d'oro in capo. E per motto: TENEBRE EAM NON COMPREHENDERUNT.